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Archivio Maggio 2007

SVIZZERO SI’ MA ITALIANO PURE

GW (22/05/2007 - 20:49)

Cari amici,
da oggi, periodicamente, ospiterò nel mio blog le riflessioni pungenti di Peter Steiner, uno svizzero che ama tanto tanto l’Italia da non poter fare a meno di venirci ogni weekend, ma che ancora non riesce a staccarsi completamente dalla sua patria con croce bianca su sfondo rosso perché nel suo dna necessita profondamente di orologi puntualità mucche cioccolato lindt e emmenthal. In Svizzera però non c’è il mare né il calore tricolore né la pasta al dente né la donna mediterranea, e così la sua indole è perennemente in conflitto tra due mondi tanto vicini geograficamente quanto lontani folcloristicamente.
Le sue riflessioni sul nostro paese, pensate con occhio svizzero ma elaborate con cuore italiano, sono per questo a mio parere molto interessanti.
Per la cronaca Steiner, che parla molto bene italiano, è piuttosto conosciuto in Svizzera in quanto si racconta che la sua mucca, ora ahilei defunta, anziché dire muu dicesse, sotto suo pressante addestramento, maa.

 Signore e signori,
ecco a voi Peter Steiner.

 Gli Italiani sono innamorati dei bambini. E vero o li sfruttano?

Non solo gli Italiani, ma tutti gli uomini e donne della terra amano i loro figli. Tutte le generalizzazioni sono sbagliate ma sorprende uno straniero come me,  come molti genitori italiani si sacrificano per i loro figli al di là di ogni ragionevolezza non solo quando sono in tenero età ma spesso anche quando sono maggiorenni da tempo. Per questo comportamento gli Italiani sono conosciuti in tutto il mondo. Ma è veramente così?
Esagerando si può dire che gli Italiani amano i figli così tanto che non ne fanno, statisticamente ogni donna mette al mondo poco più di uno, mentre è risaputo che ci vogliono almeno due per mantenere la specie. Il conseguente invecchiamento della popolazione è un fenomeno sotto gli occhi di tutti. Fin qui niente di speciale.
Mi preoccupa invece che noi tutti vogliamo andare in pensione a più tardi con 58 anni (con l’eccezione dei politici o di quelli che vogliono fare il presidente della Repubblica), dopo 35 anni di lavoro o presunti tali (riscatto laurea, maternità, lavoro con l’amianto, servizio militare ecc.). Riteniamo che sia ben meritato il riposo anche se durerà probabilmente altri 25 a 35 anni e ci lamentiamo solo che l’ammontare della pensione (per i più) non basti per vivere dignitosamente. I sindacati e gran parte dei mass-media e dei partiti politici sostengano questo punto di vista per ignoranza o per malafede, forse per tutte e due. Il problema è aritmetico: I contributi (veri o figurativi) dei nostri anziani (veri o presunti tali) non ci sono più; sono stati spesi per i loro genitori. Le pensioni attuali devono perciò essere finanziati dai lavoratori attivi. Un giovane padre di famiglia che si inserisce nella vita produttiva più o meno al momento che suo padre ne esce, guadagna normalmente uno stipendio che basta a pena per sfamare i suoi. Ma egli deve finanziare anche le pensioni dei genitori  suoi e della moglie che se lo passano fra Cortina e le Maldive e quelle degli otto nonni  che vivono in una casa per anziani o in un ospedale. Anche con lo stipendio della moglie non può farcelo. Inutile ignorarlo: Un nonno una volta aveva 5 nipotini. Oggi un nipotino ha 5 nonni o bisnonni e tutti vogliono vivere della pensione finanziate dalla popolazione attiva. Le soluzioni esistono, anche se sono scomode: O lavoriamo di più, almeno fino a 65 anni (come all’estero dove si discute giustamente di alzare l’età pensionabile a 67 o 68 anni, visto che viviamo per di più in buona salute molto più a lungo che i nostri nonni) o apriamo nostre porte a Albanesi e Marocchini che lavorino e paghino contributi per noi o facciamo almeno 3 figli per famiglia. Ma non possiamo scaricare questo immenso problema al nostro figlio unico. Amiamo i nostri figli da vero?

 

arieccomi

GW (16/05/2007 - 01:54)


Cari amici,
sono tornata!
Las Vegas è un posto da vedere almeno una volta nella vita, perché dopo una decina di ore di volo ti ritrovi catapultano in un grande luna park vivente in mezzo al deserto. Luci sfavillanti riproduzioni di piramidi e città come Venezia e New York, immensi giochi d’acqua e di fuoco ma soprattutto casinò casinò e ancora casinò. Ho visto gente sfidare le slots con fiches da 1000 dollari l’una, gente che alle 7 di mattina si riunisce a giocare a poker o alla roulette perdendo completamente il senso del tempo e dello spazio, gente che decide di sposarsi e lo fa nel tempo in cui qui noi scegliamo i confetti tanto poi alla vita matrimoniale ci penserà dopo, gente che sfoglia cataloghi di prostitute come mia zia fa con quelli del postalmarket. E poi sceglie, servizio in camera. Caffè lunghissimi che non finiscono mai e restano caldi per ore come il caldo che senti uscendo dagli alberghi gelidi di aria condizionata, piscine in mezzo a palazzi lucidi e coloratissimi che quando fai il bagno ti sembra di stare ai caraibi ma se alzi lo sguardo potresti essere a Tokyo, cartelloni giganti con la foto di Celine Dion che non sei tu che guardi lei ma è lei che ti scruta ad ogni angolo e se non compri il biglietto per il suo concerto dio ti punirà perché non puoi dire non lo sapevo, panini col pollo riso col pollo insalate col pollo pollo col pollo. Nessun piatto tipico nessuna produzione locale nessun souvenir particolare da portare a casa, Las Vegas è una città che non ha inventato niente ma ha reinventato le cose degli altri e lo ha fatto talmente bene da illuderti che siano reali. Il primo posto al mondo che ho visitato in cui non senti parlare italiano ad ogni angolo ma solo un rumore ipnotico e assordante di slot machines che si mangiano i tuoi soldi e ti rigurgitano addosso una fame ridondante di provarci ancora un’ultima volta perché quella sarà quella giusta che forse non ti cambierà la vita ma almeno avrà restituito un tempo e uno spazio a quell’oasi di luci sfavillanti in mezzo al deserto.
Domani parto per Genova.

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