e se ci rendessimo precari tutti?
Ho già dimostrato nel mio primo pezzo “Gli Italiani amano i bambini o li sfruttano?” come gli
anziani e le generazioni vicine alla pensione si sono riservati delle pensioni molto superiori a ciò che gli spetterebbe in base alle loro contribuzioni, tutto a scapito dei loro figli. Purtroppo non sono solo le pensioni che privilegiano gli anziani e fregano i giovani. Ci sono almeno due altri fenomeni che provocano lo stesso effetto:
Uno è l’immenso debito dello stato (di gran lungo il più alto di tutti gli stati industriali) creato e consumato negli ultimi decenni, cioè dai pensionati di oggi, che nessuno vuole rimborsare e che quindi lasciamo tranquillamente in eredità ai nostri figli. Particolarmente grave è, che questo debito non è dovuto ad eventi particolari come guerre o catastrofi naturali ma semplicemente alla voglia di spendere di più di quello che si guadagna.
L’altro fenomeno è il privilegio di cui godono gli anziani nel mondo del lavoro rispetto ai giovani. Dall’introduzione del divorzio il posto fisso – non importa nella pubblica amministrazione o nell’industria privata – è diventato più fisso che il matrimonio, praticamente inscindibile da parte del datore di lavoro. Questo privilegio viene difeso dai sindacati ad oltranza. Poco importa che l’economia ne soffre e che l’Italia ha la produttività più bassa dell’Europa. Ciò avviene essenzialmente per due cause. La prima è di natura macro economica: Per non creare dei disoccupati anche le aziende che invece di creare valori ne distruggano, non possono fallire e vengono mantenuti in vita artificialmente (leggi con le tasse di tutti). L’Alitalia è l’esempio più clamoroso ma non l’unico. L’Italia era competitiva in tanti settori (tessile, acciaio ecc.) Oggi è superata da paesi come la China o l’India che fanno la stessa roba a prezzi di gran lungo inferiore. Questo processo si verifica anche in altri paesi industriali, USA in testa. Ma questi altri paesi grazie alla loro flessibilità fanno morire le aziende non più competitive e impiegano ogni risorsa, capitali e mano d’opera in nuovi settori molto più produttivi (elettronica, farmaceutica, biotecnologia, ricerca oltre che nei servizi avanzati). Ma per riuscirci occorrono nuove specializzazioni di lavoro più facilmente trovabili nei giovani, cresciuti con computer e internet, conoscendo l’inglese e gli ultimi progressi della scienza e soprattutto dotati di una volontà di accettare sfide nuove. Anche i dipendenti meno giovani hanno una chance, ma devono adeguarsi alle nuove esigenze colmando (con molta più fatica dei giovani, si sa) le loro lacune.
E qui entriamo nella seconda causa di natura micro economica: Chi lo fa fare a un dipendente con posto fisso di adeguarsi, di imparare cose nuove. Tanto è protetto dall’art. 18 e fa carriera e ottiene aumenti salariali grazie all’anzianità e non certo al merito. Benché questo sistema permette ai disonesti di sopravvivere confortevolmente e impunito, ci sono tanti lavoratori onesti che fanno il loro dovere. Ma quando cambiano le esigenze (cosa che succede sempre più spesso) ed è chiesto un adeguamento o addirittura un cambio del luogo di lavoro cominciano le resistenze e le lotte sindacali per difendere lo status quo che inevitabilmente arretra l’economia a profitto dei paesi emergenti. Per questi motivi l’imprenditore italiano non assume più lavoratori a tempo indeterminato; neanche se ha il lavoro. Piuttosto di rischiare di avere lavoratori in esubero o con qualifiche obsolete dei quali non può più liberarsi nel caso che non servono più, rinuncia al lavoro. Conseguenza è un costante aumento della disoccupazione, specialmente giovanile. Così si è creato la famosa legge Biagi, che ha avuto un successo inaspettato. Si sono creati più di un milione di posti di lavoro nuovi, diminuendo finalmente il numero dei disoccupati. Certo questi posti nuovi sono quasi tutti non fissi, ma precari. Il privilegio dei lavoratori anziani (si fa per dire, perché vanno in pensione molto prima di essere veramente anziani) consiste nel mantenere il loro posto fisso (certo con stipendi con meno potere d’acquisto di una volta, dovuto alla bassa produttività del lavoro) mentre i figli spesso non sono più disoccupati, ma hanno un lavoro precario. Meglio così, ma non bene!
Come rimediare a questa ingiustizia? Da più parti viene chiesto l’abolizione o un forte indebolimento della legge Biagi. Sono convinto che ciò non può essere la soluzione. Si aumenterebbe solo la disoccupazione. Da altre parti viene suggerito un sistema alla Danimarca. Conosco poco questo sistema ma non può essere molto diverso di quello Svizzero che invece conosco assai bene: Tutti i contratti di lavoro, pubblici e privati, giovani e anziani, sono precari nel senso che sono revocabili da ambedue le parti con un preavviso di 3 o di 6 mesi anche senza motivazione. Mi si obietta che questo è facile in un paese dove la disoccupazione è quasi inesistente e non supera 1 a 2% della forza lavoro. Vero è invece il contrario: Grazie alla flessibilità la disoccupazione può essere contenuta; anzi, 20% della popolazione (e una parte molto più consistente dei lavoratori attivi) viene da paesi terzi (la comunità italiana è la più importante) per soddisfare il mercato di lavoro. Ed è conosciuto che gli stipendi svizzeri non sono quelli della China, superando ampiamente quelli di tutti i paesi limitrofi. Come è possibile? Dal punto di vista macro economico succede che i settori con la maggior produttività (banche, farmaceutica, produzione di software ecc.) attraggano i migliori lavoratori con i migliori stipendi e quindi crescono. Le aziende con poca produttività (agricoltura, industria con poco valore aggiunto ecc.) non riescono pagare gli stipendi offerti dagli altri. Quindi diminuiscono e spesso spariscono. Dal punto di vista micro economico l’effetto è altrettanto positivo: In anzitutto questo sistema permette di punire i disonesti. I lavativi possono essere licenziati facilmente. La sola consapevolezza che ciò può avvenire serve come forte deterrente. A nessun datore di lavoro poi viene in mente di licenziare un dipendente bravo. Anzi, cerca di tenerselo fedele non solo con un buon stipendio ma riconoscendo i meriti e offrendo la possibilità di una formazione professionale continua. Ciò non avviene perché i datori di lavoro sono dei santi, ma perché sanno che solo così ottengono il massimo profitto. Accade anche in Svizzera che qualche ditta deve licenziare tutto o gran parte del suo personale per esempio perché decide di trasferire gli impianti in Romania o in India dove la produzione costa molto meno. Per una buona parte dei lavoratori questo non è un dramma insopportabile perché trovano presto un altro lavoro in un settore più produttivo. Certo, questo non accade subito e per tutti. Un buon sistema di ammortizzatori sociali aiuta questi lavoratori.
Raccomando quindi ai giovani di raggruppare le loro forze, non per ottenere gli stessi privilegi dei loro genitori, perché privilegi estesi a tutti non sono più tali, ma di abolire i privilegi esistenti (superando anche i cosiddetti diritti acquisiti) per ricuperare degli spazi dove vengono pagati il merito e non l’anzianità e dove lo stato di precariato non viene più percepito come uno svantaggio ma come una opportunità. Raccomando inoltre di far presto. Fra poco i pensionati e quelli vicini alla pensione (i privilegiati insomma) superano numericamente la generazione alla quale spetta di portare avanti l’azienda Italia e un cambiamento con metodi democratici non sarà più possibile.
Peter Steiner
Alain e la caricatura
Questa è la storia di Alain, un giovane pittore di Parigi, che si guadagnava da vivere facendo
caricature ai turisti di passaggio. Il suo studio erano 2 sgabelli e 1 cavalletto in un angolo della piazza di Montmartre. Quando il sole calava e i turisti migravano nei bistrò, Alain tirava fuori le sue tele e finalmente dipingeva. Sapeva farlo come nessun altro in città: il rosso dei suoi tramonti era così intenso da sembrare che il dipinto prendesse fuoco.
Ma i suoi quadri non li vedeva mai nessuno; Alain li teneva per sé e li accumulava nella sua mansardina impolverata.
Una sera passò una ragazza; non era una ragazza qualunque, era la ragazza più brutta di Parigi, praticamente un mostro, la caricatura di se stessa. Si fermò a guardare Alain che dipingeva.
Appena il giovane se ne accorse nascose i suoi dipinti ma la ragazza, colpita dalla sua abilità, gli chiese per quella sera di fare gli straordinari. Si sedette su uno sgabello pronta a essere ritratta. In quel momento Alain pensava: come si fa a fare la caricatura di una caricatura??? Poi smise di pensare e lasciò che il pennello facesse il suo lavoro. Meno di un’ora dopo, il quadro era pronto: davanti allo sfondo della piazzetta illuminata da piccole fiammelle, c’era la ragazza brutta ma così brutta che anche un gatto di passaggio lanciò uno sguardo di traverso, si spaventò e si gettò di sotto dalle scale di Montmartre. Alain era riuscito nell’impossibile: aveva inventato una nuova soglia di bruttezza. Peli, porri, verruche e cicatrici. Un insieme di brutture così elegantemente disarmoniche che sembravano di origine infernale.
La ragazza chiese di vedere l’opera finita, e solo in quel momento Alain che negli ultimi istanti si era concentrato sulla visione del quadro, sollevò lo sguardo su di lei. Era la donna più bella che avesse mai visto. Cambiata, così profondamente che solo una magia poteva giustificare l’accaduto. Racconta una vecchia leggenda parigina che quando un gatto cade dalle scale di Montmartre si avverano i desideri.
Beh, quella sera se n’erano avverati 3: la ragazza che sperava di dire addio alle sue non certo piacevoli sembianze, il pittore che sognava un giorno di poter ritrarre la donna più bella del mondo, e un gatto, che non ne poteva più di vivere a Montmartre con tutta quella folla.
Alain e la ragazza si allontanarono verso il tramonto, chiacchierando. Non si accorsero che il quadro era cambiato: ora raffigurava un tramonto rosso rubino con le sagome di due innamorati che si tenevano per mano.
Un attimo dopo, passò un ladro, vide il quadro, i colori, e si portò via tutto, tranne gli sgabelli.
Si chiamava George, abitava a Belleville, e la sua vita era stata molto avventurosa.
Ma quella di Gorge, naturalmente, è un’altra storia.


